Ieri il mio bambino ha fatto la sua professione di fede. È entrato nel mondo degli iniziati, una strada a senso unico.
La giornata era quella giusta, freddo, pioggia.
Lo zio Marco, suo padrino, è stato organizzatore paziente e grande maestro di cerimonia.
La sua costanza e determinazione, in questi anni, sono stati sempre binari sicuri per una fede forte e appassionata. Tutti i rischi di devianza, di accostamento al vitello d’oro, di semplice agnosticismo, o addirittura di ateismo, sono stati combattuti e sconfitti.
La nostra battaglia ha comportato l’utilizzo di ogni tipo di armi, dalle più classiche a quelle eticamente discutibili.
Ricordo ancora, senza vergogna, che una mattina del dicembre di un qualche anno fa, io ed il mio Alberto stavamo prendendo l’ascensore per andare all’asilo. La luce dei miei occhi, candidamente, mi dice che tutto sommato a lui piacciono anche altre realtà, e cita il diavolo, e i galeotti. Io mi sono sempre ripromesso di fargli conoscere la vera fede, per la sua positività, non esaltando le innumerevoli nefandezze che sono peculiari dei falsi idoli, ma questa volta stavo cedendo.
Poi il colpo di genio, tra il 2° e il 1° piano, gli ho detto: “Alberto, Babbo Natale è INTERISTA!”
Non ne abbiamo mai più parlato, il suo sguardo, da allora, è stato pulito, senza ombre o ansie.
Come dicevo, la giornata era perfetta, la Beneamata è in crisi. Contestazione latente, risultati insoddisfacenti, infortunati a go go. In campo ci saranno un sacco di pippe e scarponi a fine carriera.
L’epifania di un vero interista, la sofferenza nel DNA. Alberto in 7 anni e mezzo di vita, ha visto 5 scudetti, una coppa dei campioni e svariate altre competizioni. Non potevamo essere certi della sua fede, ci volevano i suoi 40 giorni nel deserto, esposto alle privazioni e alle tentazioni, e così è stato.
Partite perse, infortuni a ripetizione, classifica orribile, sfottò e scherno. Derby perso senza lottare. Allenatore e società contestate.
È il momento, se professa adesso la sua fede, nel tempio, è fatta!
Così, domenica mattina, alle dieci usciamo e andiamo in macchina alla metro. Li ci aspetta Marco, cambiamo a Cadorna e via verso la Scala del calcio. San Siro ci aspetta.
È magnifico, piove, fa freddo, ma lui è li, memento di gesta eroiche e di miserrime cadute.
Il battezzando è emozionato, lo stadio è immanente, ipnotizza i nostri sguardi.
Il nero e l’azzurro delle bancarelle cariche di ogni ben di dio, bandiere con splendidi biscioni mangia bambini, magliette di ogni taglia con nomi favolosi e numeri sacri (4 c’è solo un Capitano!), sciarpe bianche con la croce rossa di Milano, e cuscini dai colori perfetti illuminano il cielo grigio. Il mio bambino si avvicina, sceglie e Tac! Ha il suo primo e insostituibile cuscino da stadio. È semplice, righe Nere e Azzurre e il credo: “Forza INTER”.
Lui è felice, Marco ed io abbiamo i lucciconi.
L’odore della porchetta, delle salsicce, delle cipolle alla piastra ci scuotono da tanta mistica per farci godere delle gioie terrene.
Qualche rutto più tardi, entriamo nella nostra cattedrale. Alberto non perde un particolare e vorrebbe avere due bocche per chiederci tutto. Arrivati su accediamo agli spalti, e il campo si palesa in tutta la sua forza evocativa. Siamo di nuovo in tre emozionati!
Ci accomodiamo sui nostri tre cuscini e aspettiamo che la funzione abbia inizio.
Pronti via e l’amato peccatore (Crespo ndr.) ci precipita nello sconforto. Il piccolo regge la botta e non perde fiducia.
Sarà ampiamente ripagato da 5 gol dell’ INTER e da una serie di coloriture ad opera dei meravigliosi habitué di San Siro.
La cioccolata con panna del dopo partita concluderà un pomeriggio di festa e comunione.
Alle 8 e dieci della sera il nuovo adepto dormiva il sonno del giusto.
Siamo animali meravigliosi, e dentro di noi custodiamo la scintilla del divino.
È NerAzzurra!
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